Rosalba e la tradizione Salentina

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Un'altro momento che quotidianamente colpiva la mia immainazione era l'ora in cui si andava adormire. Dormivo con mia zia, in un grande lettone di

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ferro nero, in un'immensa stanza del Castello dalle alte volte a stella. E questo era un momento che mi incuteva particolare paura. La zia chiudeva il portone grande e le porte dellacucina e salivamo al primo piano. Con delle grosse chiavi di ferro poi apriva la porta delle stanze da letto. Non sapevo perchè, ma ogni porta del Castello era sempre chiusa a chiave.
Dentro la stanza c'era un buio davvero spaventoso e subito la zia faceva luce con la lampada a petrolio. Ci preparavamo per la notte, io molto velocemente perchè a d'inverno faceva freddo.
Prima di coricarsi la zia abbassava la fiamma della lampada fino quasi a spegnerla, e da quel momento per me iniziava il momento più pauroso.
Le pareti iniziavano a popolarsi di ombre tremolanti e minacciose ai miei occhi. Andavo a letto e mi coprivo il viso. La zia, per riscaldarmi aveva appena tolto da sotto le coperte la monaca, una struttura in legno che teneva alte le lenzuola sopra un braciere con i carboni. Poi mi si coricava accanto, ed cominciava a recitare le sue preghiere della sera a bassa voce, ma io la sentivo benissimo. Per potermi addormentare, fra le paure del buio e la solitudine della grande stanza vuota, mi concentravo sulla sua voce, fissando il mio sguardo sulle lancette di una grande sveglia rumorosissima che era su un mobile con lo specchio, e che cadenzava il trascorrere della notte.
Lentamente mi addormentavo, in attesa di sentire il canto del gallo, annunciatore di un nuovo, affascinante, poetico giorno da trascorrere in campagna.