I RICORDI

LEGGI
DI ROSALBA
8
Rosalba e la tradizione salentina
Un'altro momento che quotidianamente colpiva la mia immainazione era l'ora in cui si andava adormire. Dormivo con mia zia, in un grande lettone di
ferro
nero, in un'immensa stanza del Castello dalle alte volte a stella. E questo
era un momento che mi incuteva particolare paura. La zia chiudeva il portone
grande e le porte dellacucina e salivamo al primo piano. Con delle grosse
chiavi di ferro poi apriva la porta delle stanze da letto. Non sapevo perchè,
ma ogni porta del Castello era sempre chiusa a chiave.
Dentro la stanza c'era un buio davvero spaventoso e subito la zia faceva
luce con la lampada a petrolio. Ci preparavamo per la notte, io molto velocemente
perchè a d'inverno faceva freddo.
Prima di coricarsi la zia abbassava la fiamma della lampada fino quasi a
spegnerla, e da quel momento per me iniziava il momento più pauroso.
Le pareti iniziavano a popolarsi di ombre tremolanti e minacciose ai miei
occhi. Andavo a letto e mi coprivo il viso. La zia, per riscaldarmi aveva
appena tolto da sotto le coperte la monaca, una struttura in legno che teneva
alte le lenzuola sopra un braciere con i carboni. Poi mi si coricava accanto,
ed cominciava a recitare le sue preghiere della sera a bassa voce, ma io
la sentivo benissimo. Per potermi addormentare, fra le paure del buio e
la solitudine della grande stanza vuota, mi concentravo sulla sua voce,
fissando il mio sguardo sulle lancette di una grande sveglia rumorosissima
che era su un mobile con lo specchio, e che cadenzava il trascorrere della
notte.
Lentamente mi addormentavo, in attesa di sentire il canto del gallo, annunciatore
di un nuovo, affascinante, poetico giorno da trascorrere in campagna.